Il Culto della Morte nella Storia
Dal paleolitico ad oggi

Tipi di funerale 16 giu 2020

Il culto della morte accomuna tutte le civiltà in tutti i luoghi e in tutti i tempi, con le dovute differenze, sia geografiche che di evoluzione nei secoli.

Per gli uomini primitivi i rituali prevedevano sepolture appartate in grotte e ripari, in cui le salme venivano poste a testa all’ingiù, legate e coperte di pietre, per impedire che i morti di tornassero sulla terra, visto che erano ritenuti vendicativi nei confronti di chi rimaneva in vita.

Nel paleolitico si comincia ad elaborare il concetto di vita dopo la morte, per cui nelle sepolture venivano inclusi oggetti personali, utensili e armi.
Inoltre, essendo terminata l’epoca del nomadismo ed essendo l’uomo divenuto stanziale, si è cominciata a sentire la necessità di dedicare un luogo specifico alla morte e ai defunti distinto dal centro abitato: nascono così le necropoli.

Nell’antica Mesopotamia i defunti dovevano necessariamente essere sepolti nel sottosuolo dove si trovava l’oltretomba per facilitarne loro l’accesso, altrimenti lo spirito sarebbe rimasto intrappolato nel mondo dei vivi e l’errare senza meta cercando invano l’accesso per l’aldilà avrebbe scatenato la sua disperazione che avrebbe sfogato proprio sui vivi. La privazione della sepoltura era considerata una pena gravissima.

Gli antichi egizi credevano fermamente nella vita ultraterrena e per questo avevano sviluppato una serie di riti complessi per consentire la continuazione della vita oltre la morte – la preservazione del corpo tramite la mummificazione e la dotazione di un corredo funerario ricchissimo, costituito da suppellettili di ogni tipo.

Per gli antichi Etruschi i defunti continuavano la vita dopo la morte nelle loro stesse tombe, che quindi venivano attrezzate con tutto il necessario come una replica delle loro stesse abitazioni. È per questo che le necropoli etrusche sono considerate delle vere e proprie “cittadine”.
In una fase successiva, anche le tombe etrusche si spostano sotto terra e l’aldilà diviene un luogo oscuro di sofferenza, in cui le pene possono essere alleviate solo grazie ai riti e alle offerte dei vivi.

Nell’antica Roma nascono le prime imprese funebri, i libitinarii, i cui servizi erano dedicati alle persone più ricche. Non si conoscono bene i riti, ma come unica certezza si sa che i corpi erano nella maggior parte dei casi cremati su pire di legno – poche le inumazioni. Le ceneri erano raccolte in urne funerarie e deposte in una nicchia ricavata in una tomba collettiva chiamata columbarium. Le esequie duravano più giorni, con il coinvolgimento anche di attori, mimi, danzatori, musici e lamentatrici professioniste, le prefiche, assunte allo scopo. Nove giorni dopo la sepoltura si celebrava una festa, la coena novendialis, in occasione della quale si versava del vino sulla tomba o sulle ceneri.
Numerosissime le tipologie di tombe nell’antica Roma, dipendenti dal ceto sociale del soggetto e quindi dal risalto che si voleva dare alla persona: sarcofagi, templi, steli, piramidi, mausolei e altro, tutti rigorosamente fuori della cinta urbana e decorate con epigrafi commemorative e di esortazione ai vivi.

Nell’antica Grecia gli acheo-micenei utilizzavano due sistemi di sepoltura: la cremazione e l’inumazione. In entrambi i casi era essenziale la copertura del defunto con la terra: la vista dei resti di un defunto offendeva gli dei celesti e poteva rappresentare grave mancanza di rispetto verso i defunti stessi, poiché questi non avrebbero mai potuto trovare pace. Solo dopo la copertura il defunto era ammesso agli inferi. Non seppellire un defunto era infliggere un castigo peggiore della morte stessa.
Il defunto veniva lavato, profumato con unguenti, vestito e poi coperto con ghirlande di fiori e nastri. I familiari dovevano posizionargli una moneta nella bocca, per pagare la traversata in barca dello Stige, il fiume dell’aldilà.
Il corpo veniva poi trasferito su un letto in posizione quasi verticale, per essere visto da chi gli rendeva gli onori – prothesis=esposizione funebre, durante la quale i presenti dovevano spruzzare sul defunto acqua profumata con piante aromatiche.
Le Threnoi, donne di casa o mercenarie assunte appositamente, assistevano la salma con continue lamentazioni.
Le vere e proprie esequie, Ecforà, si tenevano dopo 3 giorni dalla morte, e terminavano con la cremazione o l’inumazione.

Nel Medioevo e più o meno fino all’occupazione di Roma e dello Stato Pontificio da parte delle truppe napoleoniche i morti rientrano nella città: le chiese e tutti gli spazi adiacenti a loro, infatti, diventano luogo di sepoltura, anche di martiri e santi.

Dal 1800 la costruzione di cimiteri fuori dalle mura cittadine divenne un’esigenza imprescindibile per motivi pratici di igiene e di prevenzione, grazie alle nuove conoscenze mediche e all’esperienza maturata a seguito degli eventi funesti legati al dilagare delle epidemie nei secoli precedenti.




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